Raccontiamo un libro-capolavoro dell’autore piemontese, incentrato su una seria e costante ricerca del problema meridionale. L’opera riflette la passione politica del suo autore, una passione che nasce da una pura riflessione sulle problematiche sociali. La politica viene praticata e contemplata nel suo significato originario, quello di agire per il bene di tutti, senza cadere nel solito sporco gioco delle corruzioni e dei furti.

Dopo la laurea in medicina nel 1923, Carlo Levi si era dedicato alla pittura, alla letteratura e alla politica, ribellandosi alla retorica fascista, alla cultura e agli schemi accademici. Infatti, a Parigi nel 1929, aveva fondato con Gaetano Salvemini, Emilio Lussu, Carlo Rosselli e Alberto Tarchiani il movimento “Giustizia e Libertà”. Tutta questa attività di propaganda contro il regime gli aveva procurato il confino in Lucania dal 1935 al 1936. Qui comincia il viaggio culturale di Levi, capire il problema meridionale vivendo a contatto con il problema stesso, raccontare in un libro la sua esperienza di piemontese, razza con il marchio del conquistatore, che vive tra i conquistati.

Cristo si è fermato a Eboli viene pubblicato da Einaudi nel 1945. Levi racconta un’altra storia che vive all’interno della storia, per cui i problemi del regime restano al di fuori delle desolate terre di una Lucania pagana, stregonesca e preumana. I contadini si trovano in uno stato di isolamento storico, esiste un sistema sociale che li ha esclusi, li ha accantonati in un angolo di terra. E’ la dimostrazione che l’unità d’Italia non ha funzionato, che il sistema era sbagliato e ha creato la questione meridionale, il divario tra Nord e Sud:
“Lo Stato era invece l’ostacolo fondamentale a che si facesse qualunque cosa. Non può essere lo Stato, avevo detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Fra tutte quelle altre future forme di statalismo che cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo soltanto quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte”.