Sicuramente Zanzotto è colui che ha fatto proprio il rapporto tra il linguaggio poetico e il linguaggio dell’inconscio. Il poeta dialoga con la scrittura, riflette sul valore che ancora può avere, sulla sua valenza salvifica, valore fortemente condiviso anche dalla poesia ermetica. Possiede la grande capacità di tradurre attraverso la parola poetica la civiltà del secondo ‘900: la parola diventa un “prisma” che riesce a frazionare spicchi di luce e di verità.

La parola come testimonianza della natura violentata, del caos in cui è precipitata la civiltà umana, è la rappresentazione di un io che è stravolto dalla “non esistenza” di tutti i giorni. La verità viene ricercata nella purezza del linguaggio, nelle sue origini più remote. Con procedimenti affini a quelli che caratterizzano l’attività dell’inconscio, il linguaggio viene, così, scomposto e disarticolato nelle sue funzioni, e il paradosso risiede nel fatto che la parola più pura alla fine di tutto coincide con il silenzio! Quel silenzio che appartiene all’universo infantile, origine dell’innocenza.

E perciò l’uso di balbettii, allitterazioni, ossimori, iterazioni, paronomasie, doppi sensi ironici, seriazioni paradigmatiche, in cui non vi è più una corrispondenza tra significante e significato, è un’opera di erosione delle apparenze del mondo moderno, caotico e tecnologico, che rappresenta la scissione stessa dell’io, un opposizione fra io nevrotico e mondo contemporaneo. Zanzotto intreccia, così, diverse unità metalinguistiche, accostando latinismi, tecnicismi della vita moderna, neologismi, dialetto, linguaggio infantile, ossia, il petèl.

La poesia che vi proponiamo è “Al mondo”, che fa parte della raccolta “La Beltà”, pubblicata a Milano nel 1968 da Mondadori per la collana «Lo Specchio».

Mondo, sii, e buono;

esisti buonamente,

fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,

ed ecco che io ribaltavo eludevo

e ogni inclusione era fattiva

non meno che ogni esclusione;

su bravo, esisti,

non accartocciarti in te stesso in me stesso.

C’è qui un discorso che ironizza su motivi idealistici, non c’è più fiducia né sull’esistenza del mondo né sul fondamento stesso dell’io. E’ un invito a ricercare l’essenza delle cose, per cui l’oggettività viene messa in discussione: il mondo stesso, che viene evocato, è un’approssimazione della verità, perché, dunque, non esistono verità oggettive e assolute. La crisi esistenziale del ‘900 viene raccontata attraverso un dialogo giocoso, ironico e infantile.

il mondo così fatturato

fosse soltanto un io male sbozzolato

fossi io indigesto male fantasticante

male fantasticato mal pagato

e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»

un po’ più in là, da lato, da lato.

Il mondo “fatturato” è un linguaggio commerciale e rappresenta l’unica verità assoluta su cui ci si può basare: l’universo infantile, invece, è tutto ciò che non si fonda sul denaro! Con i balbettii linguistici “un po’ più in là, da lato” è come se provasse a sistemare lo stato delle cose nel mondo.

abbi qualche chance,

fa’ buonamente un po’;

il congegno abbia gioco.

Su, bello, su.

 

Su, münchhausen.

E’ pieno di esortazioni infantili, e la nota ironica di Zanzotto è quella di unire l’infantile al comico: come in Su, münchhausen! Facendo riferimento alle inverosimili avventure del barone di Münchhausen che riesce a salvarsi dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli.