Proprio in questi giorni si sta celebrando un anniversario importante, l’edizione numero 70 del Festival di Cannes. In molti lo ricordano attraverso fotografie storiche, una di queste ritrae sulla spiaggia di Cannes Claudia Cardinale con Burt Lancaster e Luchino Visconti in spiaggia con un ghepardo per il lancio de Il Gattopardo. Era il 1963, quando Il Gattopardo, film diretto da Luchino Visconti, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vince la Palma d’oro come miglior film al 16º Festival di Cannes.

Con un solo libro Giuseppe Tomasi di Lampedusa diventa un classico, e il suo romanzo ha conservato un interesse costante. Non si tratta di un romanzo storico, in quanto la componente storica è pura finzione, impiegata con assoluta discrezionalità per privilegiare le azioni e le idee di quella sorta di alter ego, che è il principe Salina. Lampedusa non intende incidere sulla contemporaneità, al contrario, non è partecipe allo svolgimento del suo tempo. Come avviene in Manzoni, Lampedusa utilizza la storia in funzione della narrazione, raccontando il verosimile: l’autonomia del racconto rispetto al fatto storico.

Non viene seguito alcun principio di impersonalità, ma, al contrario, Lampedusa racconta la storia così come è entrata in contatto con il proprio mondo interiore, ovvero, viene raccontata in funzione di esso: il racconto del mondo è una proiezione di se stesso, della sua condizione esistenziale. Lampedusa è un profondo conoscitore della psicoanalisi, e così come lo Zeno Cosini di Svevo, trova la cura alle sue nevrosi attraverso la scrittura. Infatti, la costruzione del romanzo di Lampedusa avviene per immagini, che provengono dai ricordi che si sono sedimentati nel corso della sua vita.

In questo romanzo si vuol rappresentare l’essenza stessa del popolo siciliano, cos’è la Sicilia per Tomasi: è il luogo del sonno, è il luogo della morte, è il bisogno di quiete, è la sterilità dell’agire umano. Metafora di tutto questo risiede nell’ultima parte del IV capitolo del Gattopardo, ovvero, il colloquio tra il principe Salina e l’inviato del governo piemontese Chevalley, in cui il principe spiega che lo spirito siciliano è composto di un’atavica rassegnazione, per cui il cambiamento viene accettato passivamente, al fine di non disturbare il comodo sonno. E’ una peculiarità questa, forgiata nei secoli di storia, nella successione delle invasioni di popoli stranieri, che hanno interrotto la voglia di fare, generando sonno e annientamento.